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Il grande salto, la recensione del film con Giorgio Tirabassi e Ricky Memphis

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Due rapinatori bersagliati dalla sfortuna in un film a metà tra la farsa e il dramma. Nel cast anche Valerio Mastandrea e Marco Giallini.

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Un inseguimento per la squallida periferia romana. I fuggiaschi circondati dalle forze dell'ordine. Per Rufetto e Nello - lo si capisce subito - non c'è scampo. A spalancarsi, più che un futuro roseo finanziato dal colpo, sono le porte del carcere. I due usciranno di galera dopo aver scontato 4 anni di reclusione, poco motivati a scrollarsi di dosso il vizio delle rapine. Ciò che è chiaro fin dalle prime battute, però, è che i due sono lestofanti di bassa lega, per di più bersagliati da una sorte avversa.

Il grande salto, esordio alla regia di Giorgio Tirabassi, gode di un incipit pimpante, in cui la vena comica sgorga da situazioni tragicomiche domestiche ed è alimentata dal carattere dei due protagonisti, perdigiorno senza speranza - impersonati dallo stesso Tirabassi e dal sodale Ricky Memphis - con cui è praticamente impossibile empatizzare, vista la loro testardaggine nel darsi al crimine infischiandosene dei doveri e delle responsabilità (Rufetto è un padre e un marito che vive a sbafo dai suoceri) arrivando addirittura a credere in un disegno più grande, beffardo, teso a imprigionarli nell'eterno fallimento.

Una scena de Il grande saltoHDMedusa Film

Karma (e) Police, Il grande salto tra farsa e grottesco

Il grande salto rinnova la tradizione del cinema di periferia, degli emarginati, sulla scia di quanto - e bene - fatto dai romanzi criminali Non essere cattivo di Caligari e La terra dell'abbastanza dei fratelli D'Innocenzo. Sceglie per un terzo di film di imboccare il sentiero della commedia all'italiana, differentemente dagli altri due titoli, immersi nel dramma nudo e crudo.

Tirabassi invece guarda al cinema di Monicelli e dei suoi soliti ignoti, maldestri topi d'appartamento totalmente inadatti (come Rufetto e Nello) a delinquere. Nei volti segnati dalla miseria del regista e di Memphis è facile rintracciare l'eco dei vari Manfredi, Gassman, Mastroianni, riassaporare brevemente la lezione di Risi.

Tuttavia, proprio quando il film sembra definitivamente votato alla commedia, a sorpresa imbocca prima la via del grottesco (una rapina alle poste con un nano come complice che ha del surreale) e poi quella del dramma, con i due incapaci protagonisti vittime del fato, costretti a darsi alla macchia per sfuggire alla vendetta di un potente boss. Il tutto, a detta di uno dei due (Nello), sembra essere una diretta conseguenza di un karma dispettoso.

Marco Giallini in una scena del filmHDMedusa Film

Risulta completamente assente nella parte centrale e - soprattutto - nella conclusione la componente comica intravista invece all'inizio. Addirittura Il grande salto chiude nel modo più inaspettato possibile, con un finale che risulta avulso dal resto del racconto e che lascia nello spettatore la sensazione di aver assistito a qualcosa di incompiuto nonostante spunti qua e là più che buoni.

Dove il film si lascia particolarmente apprezzare è invece nei gesti e nelle smorfie dei due arrugginiti ma incalliti mascalzoni Tirabassi e Memphis, nella consolidata alchimia tra i due attori (che poteva essere sfruttata ancor più spingendo sul pedale della commedia) e nell'apporto di comprimari più che di lusso, a partire dagli esilaranti cameo di Valerio Mastandrea (da sbellicarsi l'intervista al tg del suo impiegato postale), Marco Giallini - capo rom per nulla caritatevole - e Pasquale "Lillo" Petrolo, nei panni di un ricettatore da strapazzo.

Risulta quindi facile riconoscersi in questi derelitti costretti (mai davvero) ad arrangiarsi per sopravvivere, nei loro familiari delusi e rassegnati (bravissimi la compagna di Rufetto, Roberta Mattei, e i "suoceri" Gianfelice Imparato e Paola Tiziana Cruciani). Gente comune alle prese con la tragedia più grande: la perdita della speranza in un futuro migliore.

Voto5,5/10

Il grande salto è l'omaggio alla commedia all'italiana di Giorgio Tirabassi, che insieme a Memphis dà vita ad una farsa che si perde per strada nel finale. Il film trae forza da dialoghi mai banali.

Emanuele Zambon

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