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Il gigante di ferro: il finale e il significato del film

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Divertente, toccante ed emozionante. Il gigante di ferro di Brad Bird è un cartoon ricco di significato per piccoli e grandi e con diversi livelli di lettura.

Il gigante di ferro e Hogarth Hughes Warner Bros.

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Quando è uscito nel 1999, Il gigante di ferro (liberamente ispirato al libro L'uomo di ferro di Ted Hughes) ha riscosso ottimi giudizi da parte della critica, ma è stato un flop al botteghino. A fronte di un budget di 70 milioni di dollari, il lungometraggio d'esordio di Brad Bird (Gli Incredibili e Ratatouille) ne ha incassati poco più di 30.

Il problema non è stata la storia, bensì la decisione di Warner Bros. di assegnare un budget ridotto all'osso alla promozione del film, a causa del recente, bruciante fiasco di La spada magica - Alla ricerca di Camelot. La pellicola è passata letteralmente sotto silenzio, ma le recensioni entusiastiche l'hanno salvata dall'oblio e la major è corsa ai ripari, rivedendo (decisamente) al rialzo la propria strategia pubblicitaria per l'Home Video.

Il passaparola ha fatto il resto. La toccante amicizia tra l'enorme creatura meccanizzata e il ragazzino solitario e sognatore è diventata un piccolo, grande cult per le famiglie e per gli appassionati del genere e continua a emozionare e fare riflettere nuove generazioni di spettatori.

Il romanzo per ragazzi L'uomo di ferroMondadori/Amazon
Il romanzo per ragazzi L'uomo di ferro di Ted Hughes

Ma qual è il significato del film e del finale?

Il gigante di ferro e l'esistenzialismo 

Il significato profondo de Il gigante di ferro è racchiuso in una frase:

Tu sei chi scegli e cerchi di essere.

Il primo a pronunciarla è il ferrivecchi e artista incompreso Dean McCoppin, che dice al piccolo Hogarth Hughes che non deve farsi condizionare dal giudizio degli altri. Il ragazzino è schiacciato tra le aspettative della mamma, che vede in lui grandi potenzialità e d'accordo con gli insegnanti gli ha fatto saltare una classe "per stimolarlo", e i compagni di scuola più grandi, che lo considerano un secchione e non perdono occasione per sottometterlo a piccole e grandi angherie.

Hogarth fa tesoro dell'insegnamento e ripete le stesse parole al gigante di ferro quando quest'ultimo, accecato dalla disperazione e dalla rabbia perché convinto che il suo piccolo amico sia morto, sta combattendo con ferocia contro i militari mandati a fermarlo e si prepara a scagliare un attacco devastante contro una portaerei. La frase fa tornare in sé l'enorme creatura, che abbandona la sua versione da guerra e nel finale del film sceglie di sacrificarsi per salvare la cittadina di Rockwell e i suoi abitanti, quando l'agente dell'FBI Kent Mansley dà lo sconsiderato ordine di lanciare la bomba atomica per distruggere il gigante.

La decisione segna il compimento del percorso di autodeterminazione dell'enorme essere spaziale, iniziato quando Hogarth gli mostra i fumetti di Superman e di "Atomo, the Metal Menace" e gli spiega che, nonostante la somiglianza apparente con il robot distruttore, in realtà lui è il kryptoniano.

Come Kal El/Clark Kent, anche il gigante è arrivato sulla Terra da un luogo imprecisato nello Spazio, è dotato di enormi poteri e non sa chi è e qual è il suo posto nel mondo. E come Superman, anche lui può scegliere di utilizzare la sua forza e le sue doti fuori dal normale per fare del bene. Ma diversamente dal kriptoniano, la creatura non è innocente, bensì è un'arma. La sua natura bellica è stata silenziata dalla botta in testa che ha subito quando è precipitata al largo delle coste del Maine, ma riaffiora quando si sente minacciata.

Nella prima versione del film per il grande schermo, il passato di violenza e distruzione del gigante viene lasciato all'intuizione. Invece, nell'edizione per l'Home Video è presente una scena che mostra un esercito di uomini di ferro e un pianeta sconvolto dalla guerra. La sequenza è una sorta di sogno della creatura, che prende forma sul televisore davanti al quale sta dormendo Dean McCoppin.

D'altra parte, il gigante di ferro è anche un bambino. La botta in testa ha fatto tabula rasa delle sue conoscenze ed esperienze e di fatto lui è (ri)nato a nuova vita sulla Terra. Tutto è da conoscere e da scoprire, a partire dal linguaggio per arrivare al mistero della morte. 

L'uccisione del cervo da parte dei cacciatori turba profondamente la creatura spaziale e la spiegazione del cerchio della vita che Hogarth fa al suo enorme amico è profondamente toccante. Il ragazzino, orfano di padre e dunque con un'esperienza diretta della morte che lo ha portato a maturare un proprio pensiero in merito, offre un'interpretazione disarmante:

È male uccidere. Ma non è male morire.

Hogarth dice che un giorno toccherà anche a lui, mentre non sa quale possa essere il destino del gigante. Tuttavia, è certo di una cosa per il suo amico spaziale e in definitiva anche per sé stesso:

Sei fatto di metallo, ma provi dei sentimenti e pensi. Questo significa che hai un'anima e le anime non muoiono.

E proprio l'esistenza dell'anima (e la sua credenza) è la discriminante che nel finale del film permette al gigante di scegliere tra bene e male, tra salvare delle vite e distruggerle.

Quando viene attaccato dai militari, l'uomo di ferro batte nuovamente la testa, riacquista la memoria e utilizza i propri enormi poteri per vendicarsi di coloro che lui crede responsabili della morte di Hogarth. Ma quando scopre che il ragazzino è vivo, quel "qualcosa" che lo rende capace di pensieri e sentimenti emerge oltre la sua natura di arma di distruzione e il suo passato di morte e violenza e gli fa decidere di non combattere più contro gli uomini, ma per gli uomini.

Perché tutti gli esseri umani (in questo caso, anche quelli fatti di ferro) sono padroni della propria vita e del proprio destino: nessun altro può decidere al posto loro cosa devono essere e la presunta "natura" di ciascuno non è immutabile.

Del resto, come ha spiegato Brad Bird, Il gigante di ferro è stato sviluppato a partire da una domanda tanto semplice, quanto spiazzante:

E se una pistola avesse un'anima?

La risposta? Non sarebbe più una pistola.

La critica alla guerra fredda e alla corsa agli armamenti

Ne Il gigante di ferro i temi dell'esistenzialismo e della ricerca di sé e del proprio posto nel mondo sono centrali, ma è possibile leggere anche una dura critica alla guerra fredda e alla corsa agli armamenti.

Il film di Brad Bird è ambientato nel 1957, subito dopo il lancio dello Sputnik 1, ed è un affresco impietoso del clima di paranoia instaurato tra le persone dal governo USA.

Lo spauracchio dell'"olocausto nucleare" è grottescamente parte del quotidiano e la paura che un nemico senza volto ordisca piani di distruzione e conquista con misteriose armi porta aprioristicamente le persone a considerare il diverso e lo sconosciuto come una potenziale minaccia. D'altra parte, per assurdo, c'è anche il rifiuto di credere che "gli altri", ovvero i sovietici, abbiano conoscenze tecnologiche più avanzate, in una malcelata pretesa di superiorità scientifica, culturale e in un'ultima istanza sociale, che è stata e continua a essere la miccia di ogni conflitto.

Nella contrapposizione tra l'agire dell'agente Kent Mansley, che vuole affermare la propria potenza e annientare il gigante di ferro con l'arma più potente a sua disposizione, e di Hogarth, che sceglie il dialogo, c'è la chiave della convivenza pacifica tra i popoli.

La bomba atomica è morte e distruzione per tutti. L'accettazione e la comprensione dell'altro sono speranza e vita.

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